TI VOGLIO BENE TAAANTO COSI’

L’IMPORTANZA DEL CONTATTO, DELLA COCCOLA E DEGLI ABBRACCI NELLO SVILUPPO PSICOFISICO DEL BAMBINO

 “Non so più, se mi manca di più

Quella carezza della sera, o quella voglia di avventura…”

New Trolls- Quella carezza della sera

 

Tra i ricordi più positivi della mia infanzia, ritrovo uno scambio ricorrente tra me e mia madre, nel quale una diceva all’altra “Ti voglio bene” e l’altra rispondeva “Ah si? E quanto?”, di nuovo la prima: “Taaaanto così!” allargando le braccia fino a sentir tirare ogni singolo dito, e poi… Abbraccio!  Erano totalizzanti, quegli abbracci, tutto il mio corpo ne era coinvolto, e io trovavo la serenità in quel contatto, in quel “cuore su cuore”. E poi ognuna tornava alle sue attività.

Forse non ci capita spesso di soffermarci su questi ricordi, questi dettagli della vita quotidiana, ma è probabile che molti di noi ricordino, come evento positivo, un contatto fisico affettuoso avuto con i genitori. Forse qualcuno ricorda una carezza prima di dormire, una coccola sul divano alla sera davanti alla televisione… altri probabilmente ricordano il bisogno di quel contatto, non sempre colmato. Chi come me appartiene alla generazione degli anni 70-80 sa benissimo che il retaggio culturale dell’epoca prevedeva che i bambini, per crescere forti, autonomi e coraggiosi, non dovessero essere eccessivamente coccolati, soprattutto se il loro pianto non era ragionevolmente motivato (secondo il pensiero degli adulti), men che meno veniva tollerato che dormissero nella stessa stanza dei genitori, o addirittura nello stesso letto. Qualcuno ricorda bene che quella fu anche l’epoca infelice della svalutazione del latte materno, considerato meno sano e nutriente di quello artificiale, e che l’allattamento materno, superate le prime settimane di vita, era considerato un “vizio”, in quanto era evidente ai più che il bambino traeva giovamento più dalla coccola che dal latte stesso, coccola che non solo veniva considerata superflua, ma addirittura dannosa per la formazione dei forti e determinati adulti di domani. E le mamme ascoltavano, certo. Perché ogni mamma, alla sua prima esperienza come tale (e ricordiamoci che all’epoca le neomamme erano delle spaurite ventenni, non le super informate trenta-quarantenni di ora) ha bisogno di suggerimenti, di consigli, è disposta a farsi guidare, è motivata dal “fare bene” proprio perché vuole tanto bene al suo bambino. E allora via, aperta la strada ai vari “fallo piangere, che così si sviluppano i polmoni”, “non prenderlo troppo in braccio perché poi si abitua”, ”dopo qualche giorno impara ad auto consolarsi e non piange più”, “Non toccarlo, che sta dormendo e tu poi non puoi riposarti”, “Se dorme con te adesso, non riuscirai più a toglierlo dal lettone” e via di questo passo.  Ma i bambini continuavano a chiedere, con l’efficace richiamo del pianto, la vicinanza ed il contatto con il genitore, per essere confortati, toccati, per sentire la voce e quindi capire di non essere soli. E allora benvenute sdraiette con i pupazzini, carillon luminosi e infant seat dondolanti e vibranti: i negozi si sono riempiti del qualunque tipo di oggettistica che potesse sostituire il contatto del bambino con il genitore, oltre quello che veniva considerato “il necessario”. Peccato però che questo contatto si sia rivelato poi insostituibile, e non perché i neonati sono esigenti, e neanche solo perché sono guidati da un istinto naturale che permette loro di riconoscere la mamma. Neanche, come sembrerebbe dall’incipit di questo articolo, per generare ricordi affettuosi a cui attingere in età adulta nei momenti di malinconia. Le funzioni del contatto bambino-genitore sono molto più vaste, articolate, affascinanti ed indispensabili.

Intendiamoci bene, non è una guerra tra “genitori morbidi” e “genitori severi”, non si tratta di questo, ed il pensiero imperante delle generazioni precedenti non era dettato dalla cattiveria o dalla poca sensibilità, i nostri genitori non ci volevano meno bene di quanto non ne vogliamo noi ai nostri bimbi. Ogni teoria subisce inevitabilmente l’influenza del tempo e del contesto di riferimento; è presumibile che ciò che ora mettiamo in pratica nell’esercizio della genitorialità risulterà inadeguata per i nostri figli e nipoti quando saranno adulti, ed anche la teoria del “vizio” ha un contesto di riferimento che la rende, se non accettabile, quantomeno parzialmente comprensibile per i suoi tempi. Perché i tempi che hanno visto nascere questa teoria non sono, come spesso crediamo, i famigerati anni 60-70-80, ma dobbiamo andare alla fine dell’800 per trovarne la prima espressione, epoca in cui la pedagogia e l’esercizio dell’educazione si avvalevano anche di “piccoli strumenti di tortura”. Solo verso la fine del secolo scorso, dalla formulazione ad opera di Bowlby della Teoria dell’Attaccamento1 negli anni 80,  nata a sua volta a partire dagli  esperimenti di Harlow (1958)2 e degli studi di Lorenz sull’Imprinting (1978)3, per arrivare alle riflessioni in ambito scientifico e psicologico sulle conseguenze di questi stili di accudimento sull’equilibrio mentale degli individui e sulle psicopatologie attuali,  l’attenzione si è nuovamente spostata sulla natura delle relazioni, sui bisogni primordiali dei bambini ma anche degli adulti che li accudiscono. Ed è con i primi anni 2000 che arrivano le importanti scoperte neuroscientifiche, a partire dalla scoperta nei Neuroni Mirror nel 19954 che ha aperto la strada all’esplorazione in questa direzione, fino ad arrivare ad oggi: le ultime ricerche hanno spazzato via posizioni teoriche ed opinioni, dimostrando che  il bambino ha bisogno di essere accolto, preso in braccio, confortato e coccolato quando è in difficoltà (e non solo nei momenti “bui” in realtà…un gesto affettuoso è sempre ben gradito, e come ben sanno i genitori i bambini di qualsiasi età fanno capire molto bene quando non è il momento di essere toccati o coccolati…), ne ha bisogno per poter maturare al meglio ogni sua competenza cognitiva, fisiologica e affettiva in via di sviluppo.  La tenerezza suscitata dal neonato in chi si prende in cura di lui genera una serie di comportamenti di risposta come l'abbraccio, il massaggio del corpo, le carezze che hanno il potere di attivare, attraverso l'epidermide del bambino, fasci di fibre nervose plasmati con lo scopo di ricevere le coccole. La sottile peluria di cui il neonato nasce ricoperto, e di cui l'ostetricia nei decenni aveva già scoperto l'importante scopo di proteggerne la pelle, sempre a contatto col liquido amniotico durante la gravidanza, ora assume un nuovo significato, appunto la trasmissione di una coccola che è un importante messaggio: questo sei tu. Questo è il tuo corpo, che è gradevole, amorevole e ti fa provare delle belle sensazioni. Questo sono io, l'adulto che ti vuole bene, e per questo ti proteggerà e ti accudirà. E quei fasci di fibre nervose che trasmettono segnali dall’epidermide inviano informazioni ad un’area cerebrale implicata nella formazione di un’idea di sé, della consapevolezza delle proprie sensazioni ed emozioni, della legittimità dei propri bisogni e della comprensione dei bisogni dell’altro. Insomma, il contatto di cui stiamo parlando, contribuisce, gesto dopo gesto, a costruire la personalità e l’autonomia dell’adulto di domani, che se avrà visto una risposta ai propri bisogni, li percepirà come soddisfatti ed avrà una migliore capacità di gestione dello stress e delle emozioni negative (la cosiddetta resilienza). Ne consegue un minore rischio di psicopatologia e dipendenza.

Ricerche neuroscientifiche della fine del 2017 (University of British Columbia e BC Children’s Hospital Research Insistute) affermano che il contatto ricevuto nei primi mesi di vita è un fattore che impatta la genetica. Ovvero noi non siamo la semplice somma dei “geni della mamma” con “i geni del papà”, infatti  parte di questi geni si esprimerà o meno a seconda dell’influenza dei fattori ambientali. Uno di questi fattori ambientali è, appunto, il contatto. Lo studio continua indagando il DNA dei bambini che vi hanno partecipato a 4 anni: c’erano differenze consistenti tra il DNA dei bambini che avevano avuto una primissima infanzia  più stressante e con minore contatto e il DNA di quelli più fortunati. Le differenze sono relative a diverse zone del DNA, una di queste è collegata ad un gene che influenza il sistema immunitario e un’altra ad un gene coinvolto nel metabolismo. Cioè: il benessere derivato dall’essere coccolato è legato a come il bambino si difenderà dalle malattie e processerà la vita. Le esperienze perinatali hanno quindi, un impatto sul patrimonio genetico.

“La pelle è l’organo più esteso del corpo umano: si può vivere senza vista, senza udito o senza olfatto, ma è difficile pensare di vivere senza la pelle”

Rosario Montirosso, Brescia, 2019

Ippocrate nel V secolo a.C. insegnava ai suoi allievi che unicamente “il rimedio, il tocco e la parola possono davvero guarire”, identificando come, nella relazione di cura, fosse efficace l’azione combinata di terapie ma anche e soprattutto di contatto e di dialogo per avere un beneficio. E la relazione di cura primordiale nella memoria di ogni essere umano è quella, positiva o negativa, avuta col genitore. Sempre le neuroscienze stanno arrivando a dimostrare come, nel periodo più sensibile (inteso come quello nel quale è presente il più elevato livello di plasticità neuronale) della nostra esistenza, ovvero i primissimi anni di vita, l’esperienza relazionale con le figure di riferimento rimanga imprintata nel cervello a livello di solchi e connessioni neuronali, e che sia parzialmente ereditata dalle generazioni successive. Per questi motivi, così come non è facile liberarsi da condizionamenti culturali che hanno fatto parte dell’esordio nel mondo e della crescita di molti di noi, allo stesso tempo è necessaria un’assunzione di responsabilità rispetto a ciò che le evidenze scientifiche hanno messo in rilievo, nella direzione di un maggiore benessere dei bambini, gli adulti di domani, e di una visione più ampia e rispettosa della natura istintiva degli esseri umani e dei loro cuccioli, che li porta ad incontrarsi, toccarsi, stringersi. Oggi le scoperte neuroscientifiche sono, finalmente, dalla parte di un istinto materno che protegge, cura e cerca il contatto con i propri bambini. Contatto e presenza non sono né protocolli né metodi: sono la base per la costruzione della relazione tra la madre e il suo neonato, mettendo i primi mattoncini della vita.

Scientifici e reali come un gene del DNA.

 

1Bowlby, J. (1982). Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano.
2Harlow, H.F. (1958) The nature of love. American Psychologist, 13, 673–685.
3Lorenz Konrad, 'L'anello di Re Salomone', Traduzione: Laura Schwarz, Adelphi, 1989

4G. Rizzolatti e C. Sinigaglia, So quel che fai, Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006