LA’, DOVE NASCE LA FAMIGLIA: LA COPPIA COME RISORSA DURANTE LA TRANSIZIONE ALLA GENITORIALITA’

di Alice Vicini, Psicologa Psicoterapeuta

FIGLIO DI DUE

C’è stato un momento nella nostra vita in cui, per ragioni diverse e del tutto personali, abbiamo deciso di costruire una coppia. C’è stato poi un altro momento, solitamente successivo, in cui come coppia abbiamo valutato di diventare una famiglia.

Spesso, quando lavoriamo con le coppie, chiediamo di tornare con il pensiero a quel periodo, quell’istante in cui i due membri di una coppia hanno individuato quel qualcosa l’uno nell’altro che ha permesso a loro di lanciarsi in un progetto futuro attraverso la ricerca di un bambino e la formazione di una famiglia. Sempre di più, nei tempi attuali, la scelta non è ovvia, come poteva esserlo per qualche generazione passata, per cui il “ciclo di vita” era solitamente più guidato e strutturato dalle aspettative socio-culturali. Oggi la genitorialità spesso avviene come scelta molto ragionata e ponderata, che viene preceduta da una serie di conquiste e realizzazioni individuali, sempre meno costituisce, almeno sulla carta, un “salto nel buio”, una scelta impulsiva, anche se (fortunatamente), un nucleo impulsivo di questo passaggio viene preservato dall’incertezza di ciò che il futuro riserverà alla famiglia stessa.

“Avere un bambino” è quindi un progetto condiviso che una coppia ha deciso di intraprendere, superando le resistenze, preoccupazioni ed incertezze individuali. Anche quando è un membro della coppia, più dell’altro, che preme nella direzione della genitorialità, il futuro bambino è comunque figlio di due: due storie individuali, due personalità, due famiglie d’origine, due fisionomie, 23 cromosomi più 23 cromosomi. Non si scappa.

 

DA COPPIA A FAMIGLIA: LA CRISI NECESSARIA

La coppia comincia a trasformarsi in famiglia molto prima della nascita del bambino, spesso prima della gestazione: il processo trasformativo comincia quando il futuro padre e la futura madre dallo il via “ai lavori” per concretizzare un pensiero di genitorialità. Da quel momento ogni scambio comunicativo e fisico all’interno della coppia che abbia come scopo quello della genitorialità, contribuisce a formare il substrato sul quale la famiglia andrà costituendosi. I genitori iniziano a parlare delle loro future scelte molto prima di diventare effettivamente genitori. Lo sa bene chi dopo diverso tempo approda ai percorsi di PMA: un figlio è pensato, accudito, protetto, accolto molto tempo prima di venire alla luce. La storia famigliare e di quel bambino che arriverà si sta già scrivendo. il figlio arriva quindi in un contesto che è solitamente caratterizzato da aspettative, programmi ed idee famigliari di divisione di compiti e ruoli. Come accade anche nell’individualità di ogni neo-genitore, anche la coppia è suscettibile di un’idea di coppia genitoriale-ideale, cioè un’idea che abbiamo di essere coppia di genitori prima di diventare genitori. Questo ideale va sempre incontro ad una crisi, anche solo parziale. La crisi non è solo inevitabile, in quanto dobbiamo convivere con la frustrazione di non poter avere tutto sotto controllo, ma è anche necessaria per poter permettere ad un terzo membro di inserirsi nel sistema famigliare. Non importa quanto accuratamente ci si potrà preparare alla genitorialità, non si potrà evitare in ogni caso la fatica necessaria perché la famiglia si evolva verso una nuova configurazione, ma sarà proprio questa fatica che mi permetterà di accogliere il nuovo arrivato.

La trasformazione della coppia avviene sicuramente a livello organizzativo (gestione della quotidianità e del tempo libero, che devono essere ridefiniti tenendo presenti le nuove esigenze di cura e crescita del bambino) ma ciò che richiede più energia e forza è il mutamento psicologico ed emotivo sul piano personale e relazionale: il nuovo ruolo genitoriale muove profondi vissuti che hanno a che fare con la storia personale e la propria esperienza di “essere figli”. Ciò influisce sulla qualità della relazione con il figlio ma anche sulla relazione con la propria famiglia d’origine e su quella di coppia. I genitori si trovano coinvolti in una nuova interazione triadica, e sperimentano la necessità di trovare nuove modalità comunicative e di gestione della conflittualità, e scoprono presto che la genitorialità è un processo lungo e continuamente mutevole, fatto di tentativi ed errori, in cui si cerca di rispondere alle esigenze del proprio figlio che cresce ed allo stesso tempo dell’intero sistema famigliare. Non si nasce genitori, ma si impara ad esserlo giorno dopo giorno, e questo apprendimento dura per tutto l’arco della vita.
QUALI PROVE DA SUPERARE? I COMPITI DI SVILUPPO

Con l’arrivo di un figlio, il nuovo compito della coppia diventa quello di disegnare nuovamente la propria relazione e una delle difficoltà più grandi che una coppia trova sul proprio cammino è proprio quella di riuscire a trovare un’integrazione armoniosa tra le proprie genitorialità individuali, in modo da fare nascere una genitorialità comune e condivisa; se accettare le differenze è un difficile compito per la formazione della coppia amorosa ed è un nodo centrale da sciogliere per il consolidamento della stessa, con la nascita del primo figlio tale compito appare ancora più articolato e complesso. Un primo fattore di rischio è che i partner si nascondano dietro all’idea che il proprio modo di vivere e di pensare la genitorialità sia quello giusto, rendendo difficile lo sviluppo della coppia genitoriale e, quindi, rendendo poco funzionale la genitorialità. La legittimazione reciproca costituisce però solo uno dei diversi compiti di sviluppo1 tipici di questa fase della vita. Questi compiti coinvolgono i tre livelli in cui i neo-genitori, a partire dall’attesa del bambino, sono inseriti: il livello coppia,   che comporta una ridefinizione della relazione coniugale, considerando la genitorialità; il livello genitori, quindi la costruzione di nuovi ruoli e funzioni genitoriali, e non meno importante il livello di figli, che prevede la rinegoziazione di ruoli e posizioni rispetto alle famiglie d’origine.

Il superamento con successo dei compiti evolutivi prevede una buona “elasticità” da parte della coppia. Uno dei temi più frequenti che incontriamo noi terapeuti famigliari è proprio la crisi coniugale che avviene a seguito della nascita dei figli. Come sostiene Andolfi (2006)2 “Prendendo ad esempio il tema della passione, che è la cosa più bella che unisce la coppia, possiamo affermare che è molto raro che questa non subisca un cambiamento; all’arrivo di un figlio, l’accudimento intenso che questo richiede è talmente più forte dell’altra passione che quest’ultima deve necessariamente sostituirsi e ridimensionarsi. […] quali sono le coppie che reggono a questo urto? Sono quelle i cui uomini sanno mettersi da parte e aspettare, condividendo questa nuova vicenda nella maniera in cui si sentono di poter compartecipare; soprattutto , è importante che sia presente la capacità di non far sentire questo marito come un terzo escluso” Andolfi ritiene che sia necessaria una buona capacità, sia maschile che femminile, di saper modificare il rapporto che, con l’arrivo del bambino, passa da diadico a triadico, nel quale non ci possono essere legami così forti tra due che diventano automaticamente fonte di esclusione del terzo. In altre parole, potremmo anche dire che l’attesa e l’arrivo del figlio, infatti, rappresenta una fase particolarmente rilevante e delicata che può permettere di stabilire un’intimità maggiore tra i partner ma che può anche creare distanza, per paura o per proprie difficoltà di entrare in un contatto emotivo diverso rispetto a quello passato.  È necessario che i due partner prendano consapevolezza di questo rischio, cercando di non irrigidirsi sulle posizioni individuali ma valorizzando invece le differenze tra uno e l’altro, in quanto sono proprio queste che costituiscono le risorse intrinseche alle funzioni materna e paterna, che permettono di superare la fase critica con successo.

  • “Tuo marito è bravo perché ti aiuta” Piccolo accento sulla paternità

Vale la pena spendere due parole sul concetto di “aiuto”, e so che qua mi farò tanti nemici. Qualcuno potrebbe dissentire su ciò che sto per dire, ma un padre che accudisce il suo bambino neonato, lo cambia, lo veste, lo porta dal pediatra, lo cura, lo nutre non è un valido aiuto. È un padre.

I nonni, la babysitter, la doula, l’ostetrica, alcuni amici fidati, qualche parente affezionato sono validi aiuti, non il padre. L’aiuto lo si riconosce per due caratteristiche molto concrete: la prima è che vive fuori casa, la seconda è che se ne può fare a meno. Finchè continueremo a considerare il padre come un aiuto alla madre nella crescita del bambino, quest’ultimo continuerà a sentirsi non solo il genitore di serie B, ma un ospite in casa propria, molto gradito ma di cui si potrebbe fare anche senza. Perché “aiutare” a fare qualcosa presuppone che ci sia un solo protagonista dell’azione, e che gli altri personaggi in scena, per quanto importanti, siano “ausiliari” al raggiungimento dello scopo. Se pensiamo che il figlio è, o quantomeno dovrebbe, essere il frutto di un desiderio condiviso della coppia, abbiamo in mente un padre ed una madre che iniziano a camminare insieme seguendo un percorso, con in mente un obiettivo, che è per tutti e due la genitorialità. Se a questo punto pensiamo che a un certo punto della vita famigliare, solitamente entro i primi tre mesi, molti papà vengono considerati come aiuti più o meno validi, più o meno capaci, possiamo già individuare il germe del fallimento del progetto genitoriale paterno: il contesto, famigliare e sociale, ha deciso che la funzione genitoriale è prerogativa materna ed il padre, indipendentemente dal “voto” che prenderà, è già stato declassato ad “ausiliario” della madre e, se rimane incastrato in queste dinamiche, si ritrova interdetto nel completamento di quel processo iniziato con il desiderio di genitorialità.

Quando comincia questa deriva? Può iniziare in qualsiasi momento della fase del ciclo di vita che va dalla formazione della coppia fino ai primi anni del bambino. Dalla psicologia clinica e sperimentale si può inferire che il pattern di attaccamento3 , maturato dal bambino nell’interazione con i genitori dalla gravidanza fino ai suoi primi mille giorni, è sufficientemente predittivo del pattern di attaccamento che svilupperà nell’arco della vita, ed allo stesso tempo è meno probabile che i genitori coinvolti in un legame affettivo attivo e propositivo con il figlio durante questo stesso periodo corrano il rischio della “deriva genitoriale” in seguito. Spesso, nel lavoro con le neofamiglie, utilizzo questa metafora: “la nascita di un bambino è un treno ad alta velocità che sosta in stazione per pochi minuti. Conviene arrivare sulla banchina per tempo e salire appena le porte aprono per accaparrarsi il posto migliore. Successivamente nella vita il treno potrà rallentare ma non si fermerà più, quindi salire in seguito potrebbe essere difficile e doloroso”. Con questa frase mi rivolgo ad entrambi i genitori, soprattutto ai padri. Questo perché la maternità ha una base biologica dalla quale non si può prescindere e che la rende un fatto naturale e progressivo; la paternità è qualcosa di costruito, un dato culturale che non trova le sue radici nei mutamenti fisici e, come tale, forse necessita conferme e riti di passaggio che ne sanciscano i contorni e le peculiarità. Per questo, diventare genitore costituisce per l’uomo, un compito emotivo e cognitivo più complesso di quanto non sia la maternità per la donna.

  • “Ce la posso fare? Ce la POSSIAMO fare!” Il rispecchiamento inter-coppia

Per tutto quanto detto sopra, se due individui si trovano a percorrere il percorso genitoriale è anche perché ad un certo punto hanno creduto (anche senza pensarlo razionalmente) che lui/lei/loro avevano le risorse interne per superare brillantemente questo momento e potersi poi godere i tanti aspetti positivi che, una volta superata la fatica dell’adattamento, la genitorialità regala. La strada non è mai in discesa, anzi, ma ogni membro di una coppia può sentire dentro di sé che in ogni momento di difficoltà può guardare l’altro e dirgli (e dirsi!) che hanno scelto questa strada insieme perché pensavano di potercela fare. Questa è la richiesta di rassicurazione che è insita in ogni sguardo stanco e sconfortato di neomamma, in ogni desiderio di fuga di neopapà, in ogni incomprensione e battibecco, ogni nuovo comportamento e nuova richiesta. Se la risposta sarà nella direzione del sostegno, allora si potrà costruire un circolo di fiducia che promuoverà la complicità e la buona genitorialità, se invece i coniugi perderanno di vista l’obiettivo, impegnati in una prevaricazione vicendevole, il rischio diventerà l’innesco di un corto circuito di sfiducia reciproca.

 

COPPIA OLTRE LA GENITORIALITA’

In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore, e su di me puoi contare per una rivoluzione, tu sei l’anima che io vorrei avere”

Samuele Bersani- “En e Xanax”

 

Alla domanda: “Ma si può rimanere coppia nonostante la genitorialità?” solitamente rispondo che è necessario vedere la cosa da un altro punto di vista: la genitorialità arricchisce la coppia, e la coppia nutre la genitorialità. Questo accade sempre, ma non è detto che la ricchezza sia positiva ed il cibo sia buono. Questo dipende, come abbiamo visto, da molteplici fattori, primo dei quali è che ci sia, da parte dei due membri della coppia, il desiderio di compartecipare al progetto genitoriale in quanto si è convinti nel profondo che “sia io che l’altro possiamo apportare elementi positivi alla famiglia in divenire ed alla crescita del bambino”. È necessario, per entrare in questa dimensione, che i due individui abbiano completato il processo di separazione-individuazione dalle famiglie d’origine e che abbiano acquisito quella che Bowen (1979)4 chiama la “posizione IO”, ovvero quella adulta, che li autorizzi a stabilire confini, mantenere posizioni (non troppo rigide!) ed inseguire desideri condivisi. Per questi motivi la nascita di un bambino determina l’assunzione di una responsabilità genitoriale che include anche la responsabilità individuale della propria maturità evolutiva e del lavoro sui propri aspetti del passato irrisolti, perché questi non si ripresentino poi come ostacoli e fonte di problematiche nelle fasi successive del ciclo di vita. La coppia ne uscirà, non indenne, ma arricchita ed impreziosita da quella che è la trasformazione irreversibile data dal diventare genitori.

“Voi siete gli archi da cui i vostri figli come frecce vive,
sono scoccati lontano.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito
e con la forza vi tende,
affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Fate che sia gioioso e lieto questo vostro essere piegati dalla mano dell’Arciere,
poiché, come ama il volo della freccia,
così Egli ama anche l’arco che è saldo

Kahlil Gibran- Il Profeta

 

 

1Secondo l’Approccio Sistemico, il ciclo di vita della famiglia è caratterizzato da un susseguirsi di fasi; il passaggio da una fase all’altra prevede il superamento di specifici compiti di sviluppo che comportano una continua rielaborazione dei rapporti a livello di coppia, delle relazioni genitori-figli e di quelle con la famiglia d’origine. Ogni appartenente alla famiglia, in ogni fase del ciclo di vita familiare, è impegnato ad affrontare più compiti di sviluppo, perché coinvolto in più relazioni. La soluzione di questi compiti consente il passaggio alla fase successiva

2Falcucci, M., Mascellani, A., Santona, A., & Sciamplicotti, F. (a cura di). (2006). La terapia di coppia in una prospettiva trigenerazionale, I seminari di Maurizio Andolfi. Roma : Accademia di Psicoterapia della famiglia.

3si fa riferimento alla Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby (1969) ed ai successivi sviluppi di tale teoria, in particolare il Modello Dinamico Maturativo di Patricia Crittenden (1999; 2000).

4Bowen M. (1979). Dalla famiglia all’individuo. Astrolabio, Roma